citazioni

Ci sono infiniti modi per raccontare una stessa cosa. Saper scegliere il migliore è ciò che fa di uno scrittore un bravo scrittore. Il lettore non si nutre solo di storie, di accadimenti. Si nutre di parole, di suoni, di combinazioni che a volte lo colpiscono al punto di ricordarle per sempre

domenica 16 marzo 2008

Giù la maschera
Buoni che sembrano cattivi, cattivi che sembrano buoni. In una trama ricca di colpi di scena questi personaggi sono sempre i benvenuti. Si ha più spesso a che fare la seconda specie: impostori, doppiogiochisti, amici fidati che tradiscono dall'inizio della storia. Molto comuni anche i cattivi che alla fine si redimono fino a compiere l'azione decisiva per la vittoria del Bene. Più rari quelli che impersonificano il Male sin dall'inizio per poi rivelarsi vittime di equivoci o di congiure.
E' il caso di Sirius Black, il prigioniero di Azkaban della saga di Harry Potter.

Harry guardò gli occhi tenebrosi di Sirius Black, l'unica parte di quel volto scavato che avesse una parvenza di vita. Harry non aveva mai incontrato un Vampiro, ma aveva visto delle figure sui libri al corso di Difesa contro le Arti Oscure, e Black, con la sua pelle di un bianco cereo, lo sembrava proprio.
"Fa paura, eh?" disse Stan, che aveva osservato Harry mentre leggeva.
"Ha ucciso tredici persone?" chiese Harry restituendo la pagina a Stan. "Con un solo incantesimo?"
"Sì" disse Stan, "in mezzo alla folla. In pieno giorno, sì sì."
[...]
"E lo sai che cos'ha fatto dopo, Black?" continuò Stan in un sussurro.
"Cosa?"
"Si è messo a ridere" disse Stan. "A ridere, capito? E quando sono arrivati i rinforzi del Ministero della Magia, si è fatto portare via come se niente fosse, piegato in due dalle risate. Perché è matto."

J.K. Rowling, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (trad. Beatrice Masini)

Il capitolo del libro dove si svela la vera natura di Black è il diciottesimo. Un capitolo (e un intero romanzo) da studiare attentamente, perché viene utilizzata alla perfezione una tecnica molto complessa: vengono abbattute le certezze su altri personaggi, i buoni regrediscono al livello di Black e non viceversa, fino a svelare la verità in un susseguirsi perfetto di colpi di scena.
L'insospettabile professor Lupin, che per tutta la storia è stato il miglior alleato di Harry, rivela la propria natura:

Lupin stava abbassando la bacchetta. Un momento dopo era al fianco di Black, gli afferrava la mano, lo aiutava a rialzarsi facendo cadere a terra Grattastinchi e lo abbracciava come un fratello.
Harry si senti lo stomaco a pezzi.
[...]
"No!" gridò Hermione. "Harry, non credergli, ha aiutato Black a entrare nel castello, anche lui ti vuole morto... è un Lupo Mannaro!"

Poi c'è Crosta, il fidato topo di Ron, accudito dalla famiglia Weasley da ben dodici anni:

Ron esitò, poi s'infilò una mano sotto gli abiti. Ne emerse Crosta, che si divincolava disperatamente; Ron dovette afferrarlo per la lunga coda pelata per impedirgli di fuggire. Grattastinchi alzò la testa e soffiò.
Lupin si avvicinò a Ron. Parve trattenere il respiro mentre studiava Crosta con grande attenzione.
"Cosa?" ripeté Ron, tenendosi vicino Crosta, con aria spaventata. "Che cosa c'entra il mio topo con tutto il resto?"
"Quello non è un topo" sbottò Sirius Black all'improvviso.
"Che cosa vuol dire... ma certo che è un topo..."
"No che non lo è" disse Lupin piano. "E' un mago."
"Un animagus" disse Black, "che si chiama Peter Minus."

Così si svela tutto. Black è stato in carcere per dodici anni per aver ucciso Minus (di cui ritrovarono solo un dito) e dodici Babbani, dopo aver tradito e provocato la morte di Lily e James Potter. Ma il traditore è stato Minus, che si è rifugiato per tutto il tempo dai Weasley, trasformato in topo, in attesa del ritorno di Voldemort. E Black è evaso ed è arrivato fino a Hogwarts non per terminare il lavoro uccidendo Harry, ma per dare la caccia al topo di Ron. In questo momento il lettore torna indietro e si rilegge con la mente tutto il libro, rivedendo sotto una luce completamente diversa tutto quello che è successo fin lì. Si spiega tutto, compresi gli strani atteggiamenti di Crosta che aveva quasi sorvolato, felice di essere stato ingannato per duecentocinquanta pagine.

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lunedì 3 marzo 2008

The coffin dancer
Nel post precedente ho detto che trovo pessimo l'incipit del romanzo di Deaver "Lo scheletro che balla". Intendevo dire la prima frase. L'uso del flash-forward crea una situazione di distacco, implica che c'è un narratore onnisciente che sa già tutto. Preferisco le storie in cui c'è un punto di vista (o più di uno) e scopriamo con lui quello che accade, come se dovesse ancora accadere (provando così ansia, paura e ogni genere di emozioni che un narratore onnisciente un po' smorza, ricordandoti costantemente che si tratta pur sempre di una storia).

Tuttavia, le prime 5 pagine del romanzo meritano uno studio approfondito, perché nascondono tanto di quel mestiere da doverne fare tesoro.
Purtroppo non esiste on-line una versione in italiano, ma se avete dimestichezza con l'inglese andatevi a leggere questo capitolo sul sito ufficiale dell'autore (qui).
Quando Carney saluta la moglie, sale sulla propria auto e si immette nel traffico. Ecco un indizio di cosa sta per succedere:

Carney, osservatore per natura, notò un furgone nero parcheggiato nelle vicinanze di casa loro.
[...]
Si rese conto di averlo visto in strada diverse volte negli ultimi giorni. Poi, però, le macchine incolonnate davanti a lui ripresero a muoversi. Carney riuscì a passare un attimo prima che il semaforo cambiasse dal giallo al rosso e si dimenticò completamente del furgone.
[...]
Venti minuti più tardi sollevò la cornetta del telefono della macchina e chiamò sua moglie. Quando non la sentì rispondere, si preoccupò.

Jeffery Deaver, Lo scheletro che balla (trad. Stefano Massaron)

E' chiaro ciò che sta succedendo. Carney se ne va, sappiamo che non rivedrà più la moglie, deduciamo che la persona a bordo del furgone sospetto sia la causa (di un rapimento o di un omicidio della donna).
Carney è un pilota, sta andando all'aeroporto. Durante il tragitto in auto riprova a chiamare Percey.

La loro segreteria telefonica entrò in funzione e Carney rimise la cornetta al suo posto, vagamente perplesso.

Poi riprova dall'aeroporto.

Prese il telefono. A casa ancora nessuna risposta. Ora la preoccupazione si trasformò in apprensione.

Poi decolla. Il volo procede regolarmente, ma Carney non si toglie dalla testa la moglie che non risponde al telefono. Prima dell'atterraggio passa i comandi al copilota.

La preoccupazione per Percey gli crebbe dentro come una febbre. Aveva disperatamente bisogno di parlare con lei.

Poi:

Avanti, Percey. Rispondi! Dove diavolo sei? Ti prego...
[...]
Tre squilli.
Dove diavolo si è cacciata? Cosa c'è che non va? Il nodo che sentiva alla bocca dello stomaco si strinse ancor di più.

Il lettore crede di avere la situazione sotto controllo. Si sente superiore a Carney, perché sa che non rivedrà più la moglie. Sa che è morta, che l'hanno rapita, che le è successo qualcosa di terribile. Aspetta solo il momento in cui anche il protagonista lo verrà a sapere, per "gustarsi" il suo dolore comodamente sdraiato sul divano.
E invece:

E poi, finalmente - nelle sue cuffie - un secco clic.
E la voce di sua moglie che diceva: "Pronto?"
Carney rise per il sollievo.

Dunque, come sta la faccenda? Mentre il lettore resta perplesso per quello che ha appena letto...

Fece per parlare, ma prima che avesse il tempo di farlo, l'aereo ebbe un violento scossone - tanto violento che in una frazione di secondo la forza dell'esplosione gli strappò le cuffie dalle orecchie.

Ecco, è stato un depistaggio sin dall'inizio. Maledetto Deaver!
E' Carney a morire, per un attentato. C'era una bomba sull'aereo.
Lezioncina sui colpi di scena fini a se stessi: fai credere il contrario di quello che sta succedendo, e alla fine svela la verità. In questo caso, quello di Deaver è solo un segnale per il lettore. Gli sta anticipando che sta per leggere un romanzo che lo terrà con il fiato sospeso dall'inizio alla fine.

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